un ritratto dello scrittore

Giovanni Boccaccio

cristiano nonostante tutto

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in sintesi

Boccacio è, con Dante e Petrarca, uno dei massimi letterati del Medioevo. La sua opera più conosciuta, il Decamerone, è normalmente intesa come un inno alla dissolutezza morale, permeato da una profonda sfiducia nella capacità umana di tendere a un ideale.

Ma, se si deve credere a recenti approfondimenti sulla sua personalità, quali quelli presentati da La Civiltà cattolica, egli non fu un irriverente e disimpegnato scettico:

«Boccaccio, non è un autore immorale; è un autore cristianamente ispirato, che compone per ritrarre, non per corrompere, che si diverte a presentare la commedia umana nei suoi aspetti più balordi e negativi, ma senza mai giustificarli. In tale rappresentazione più di una volta ha ecceduto, così che lui stesso ne ha sconsigliato la lettura. Amico devoto e fedele di Petrarca e grande ammiratore di Dante, non ha mai tradito la sua fede.»

La Civiltà cattolica, aprile 2013

Sulla stessa linea è la interpretazione datane nel seguente brano di padre Giuseppe Oddone.

Una tormentata esperienza religiosa

padre Giuseppe Oddone

Introduzione

Nel 2025 ricorrono 650 anni dalla morte di Giovanni Boccaccio. Nel 2024 abbiamo ricordato la stessa scadenza per Francesco Petrarca, che il Boccaccio ammirava e con il quale aveva un rapporto di profonda amicizia e di corrispondenza epistolare. Diversa era tuttavia la sensibilità tra i due sia per la politica sia per la Divina Commedia di Dante: ammiratissima e studiata dal Boccaccio fin dalla prima giovinezza, guardata con distacco dal Petrarca, tanto che l’amico sentì il bisogno di inviargliene una copia, un codice a sue spese.

Tutti e tre questi poeti si sono proclamati e dichiarati cristiani cattolici, con un approccio diverso alla fede. Tutti e tre segnati dal peccato: Dante smarrito nella selva oscura, Petrarca attaccato ai valori terreni dell’amore, della poesia e della gloria, Boccaccio immerso in facili avventure galanti, travolto dalla lussuria. Tutti e tre hanno sentito il bisogno di conversione, di redenzione e di perdono. Sia il Petrarca già in giovanissima età, sia il Boccaccio in età matura ricevettero inoltre gli ordini minori, furono clerici col diritto di ricevere benefici ecclesiastici che fornivano una certa sicurezza economica.

Il periodo napoletano

Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 a Certaldo o a Firenze dalla relazione di suo padre Boccaccino di Chelino, agente della compagnia mercantile dei Bardi, con una donna della quale non sappiamo nulla. Fu legittimato dal padre, prima che contraesse un regolare matrimonio con un’altra donna fiorentina, intorno al 1319, imparentata con la famiglia della Beatrice dantesca.

Il padre intuì le doti intellettuali del figlio, lo avviò agli studi con l’intenzione di farne un mercante. Nel 1327 quando il Boccaccio aveva 14 anni lo condusse a Napoli, ma gli affari economici, commerciali, bancari e gli studi giuridici presso la locale università non gli erano congeniali. Sentiva in sé, connaturata fin dal grembo materno, una vocazione poetica e narrativa.

Trascorse a Napoli, capitale commerciale di tutto il Mediterraneo, ove confluivano oltre alla cultura italiana quella francese, quella araba e bizantina, tredici anni, quelli della sua formazione, dal 1327 al 1340. Frequentò l’ambiente raffinato della corte di Roberto d’Angiò, centro di rigogliosi e fervidi studi letterari. Vorace assimilatore degli stimoli culturali del tempo, il giovane Boccaccio fu essenzialmente un autodidatta nello studio dei classici latini, degli scrittori delle lingue romanze, dei poeti del dolce stil novo. Ma fu anche un attento osservatore che amava la vita, l’ambiente spensierato e voluttuoso della corte, ed osservava nello stesso tempo come si svolgeva la brulicante esistenza del popolo. Furono anni felici caratterizzati anche da varie esperienze amorose e da opere che esaltano il culto di Venere, ossia la forza istintiva dell’amore. A Napoli il Boccaccio incontrò ed amò Fiammetta, la donna che fu per lui ciò che Laura fu per il Petrarca e Beatrice per Dante. Per il giovane Boccaccio non fu solo un simbolo, ma un’appassionata esperienza amorosa, traduzione poetica di una vicenda intensamente vissuta, una sintesi delle avventure, delle esperienze e anche delle delusioni e dei tradimenti sentimentali che avevano caratterizzato la sua giovinezza.

Il Decamerone

Tornato a Firenze, costretto ad una vita muta, oscura e triste negli uffici della contabilità paterna, rimpiange le delizie mondane della corte di Napoli; nello stesso tempo sonda se vi è qualche possibilità di ritorno, e fallita questa tenta di trovare una sistemazione presso i signori di Ravenna e poi di Forlì; ma inizia anche a prendere contatto con le vicende della sua città e prepara ed elabora il suo capolavoro, il Decamerone, a cui darà forma tra il 1349 e il 1351, dopo la terribile peste del 1348.

In questa prima fase della sua vita il riferimento a Dio, piuttosto formale e generico, è supposto e si può ritrovare in tutte le opere, ma è praticamente ignorato e viene invece celebrata e descritta la forza d’amore che non conosce limiti morali o razionali: “Elli ( l’amore ), sí come piú forte, l'altrui leggi non curando annullisce, e dá le sue”.

Nell’introduzione al Decamerone il problema religioso è comunque chiaramente avvertito: nella descrizione della peste, voluta dalla divina Provvidenza per i peccati degli uomini come una forza punitiva, rovinosa, apocalittica e irresistibile, che determina la dissoluzione delle regole di convivenza e delle leggi umane e civili, l’abbandono dei riti religiosi nel seppellire i morti determina il punto estremo della degradazione umana, è la riduzione degli uomini a livello degli animali, peggio ancora a livello delle cose inanimate, gettati e stipati nelle fosse comuni, “come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo. La religione è intesa dal Boccaccio come regola, norma indispensabile per la società civile.

I dieci giovani che si ritirano nel contado ricevono dall’autore una specie di investitura e hanno il compito di proporre un nuovo modello di società, di riprendere l’esistenza dalle radici: tra loro sono ristabilite le regole sociali, le gerarchie, le leggi di comportamento, le possibilità dei riti religiosi: è un ideale modello di vita che si svolge in una natura non più abbandonata, ma coltivata e rigogliosa, che suppone l’opera dell’uomo, in palazzi splendidi, circondati da vialetti e geometrici giardini. L’osservanza delle tradizioni cristiane, in particolare al venerdì, giorno della passione del Signore e al sabato, giorno in cui si onora la Vergine Maria, vengono rispettate. In quei giorni non si raccontano novelle. La religione, anche se prevalentemente nel suo aspetto rituale e legale, è e rimane garanzia di una ordinata vita sociale.

I giovani, come modello di una rinata società, si danno pertanto delle leggi precise, ogni giorno scelgono un re o una regina, stabiliscono gli argomenti su cui impostare le loro novelle, ad uno di loro è permesso legalmente dal gruppo di essere trasgressivo nel raccontare. Nelle novelle tentano di catalogare il reale con lo sguardo alla realtà umana dominata dalla fortuna e dall’imprevisto immanenti alla realtà della vita, in un susseguirsi rischioso di disordini e di variazioni. A questa situazione l’uomo oppone le sue energie positive: l’amore in tutte le sue gradazioni, da impulso erotico e carnale a totale dedizione e a sacrificio della propria vita, l’intelligenza che si dimostra nello sfruttare le circostanze, nella pronta battuta, nel costruire vincoli di solidarietà, ed anche nelle beffe inflitte al prossimo.

Nelle intenzioni del Boccaccio il Decamerone doveva anche presentare una specie di itinerario laico dall’estrema degradazione morale (Ser Ciappelletto nella prima novella della prima giornata) all’estrema dedizione e fedeltà (Griselda nell’ultima novella dell’ultima giornata). In realtà non fu sempre così e si perse nel cammino: la gioia di narrare, la volontà di divertire con le situazioni più piccanti, smascherando tante forme di ipocrisia familiare, sociale e religiosa, prende abitualmente il sopravvento. Occorre tuttavia dire che il Boccaccio nel Decamerone non giustifica mai il male, tuttavia prova spesso diletto nel raccontare gli aspetti più negativi della commedia umana con i suoi vizi e i suoi imbrogli.

Il Corbaccio

Oltrepassati i quarant’anni il Boccaccio si avvia ad un mutamento di valori nella sua vita.

Opera molto discussa è il Corbaccio, composta subito dopo il Decamerone. Una cocente delusione amorosa lo vede sbeffeggiato da una vedova di cui si era invaghito. Essa gli preferisce un altro amante e lo deride; egli comprende la sua miseria morale, le conseguenze disastrose della lussuria e constata il degrado della donna quando si riduce a femmina avida di piaceri; è una vicenda biografica che possiamo datare intorno al 1354 e che segna il distacco dalla sua travagliata esperienza amorosa verso un orientamento nuovo, verso una visione cristiana della vita, verso lo studio dei classici ed il culto della poesia.

La struttura di questa opera in prosa riprende temi e situazioni presentate da Dante nella Divina Commedia. Il Boccaccio deluso per l’amara realtà di cui è a conoscenza si addormenta, sogna di essersi smarrito in una valle nebulosa ed è atterrito da urla di feroci animali: è nell’inferno.

Gli compare, proveniente dal Purgatorio, lo spirito del marito della vedova, una specie di alter ego in cui si sdoppia il narratore. Costui intreccia un dialogo con lo scrittore descrivendo con crudo realismo tutti i difetti della sua ex moglie e consigliandolo di abbandonare il peccato e di pensare alla salute dell’anima. Il Boccaccio si lascia convincere, e si incammina con lui verso la montagna della salvezza, libero dalla passione e pieno di letizia.

Ci stupisce questo passaggio dalla filoginia, dalla stima per le donne sia cantate nei componimenti giovanili ed esaltate nel Decamerone perché ad esse dedica il suo capolavoro, alla misoginia così marcata. Certo ha contribuito la sua vicenda personale: straziato e beffato nei suoi affetti, avverte il suo peccato, sente il bisogno di redenzione, di perdono, di riparazione, vuole d’ora in poi dedicarsi agli studi dei classici latini e greci ed alla poesia. L’opera non è rivolta tuttavia ad un pubblico popolare, ma agli intellettuali in grado di comprendere anche questo genere letterario di invettiva contro i difetti e le malizie femminili, che aveva una lunga tradizione sia nelle opere di scrittori pagani che cristiani.

Ci preme sottolineare come Dante sia per il Boccaccio un maestro di vita e di fede e come da lui riprenda il tema mariano. Lo scrittore ha in speciale devozione e riverenza la Vergine Maria, perché è madre di Cristo, viva fontana di misericordia, madre di grazia e di pietà, speranza dei peccatori. Essa vedendo il pericolo in cui lo scrittore era caduto, ha preceduto ogni preghiera, ha domandato la grazia al Figlio e ha impetrato la salvezza del peccatore.

La XIV egloga del Buccolicun carmen

Questa egloga scritta in latino intorno al 1360, imitando il poeta Virgilio, ci dice anche un tormento interiore del Boccaccio. Nel componimento ricorda la figlioletta Violante morta qualche anno prima a sette anni, durante una sua assenza. Ci viene anche detto che la sua morte era stata preceduta dalla nascita e dalla morte di ben altri 4 figli, non sappiamo da quale madre, scomparsi tutti in tenera età: di due ci è ricordato anche il nome Paolo e Mario, non così delle due sorelline. E’

una testimonianza indiretta di una vita piuttosto libertina e irresponsabile condotta precedentemente dal poeta. Ora il Boccaccio sente la preoccupazione del destino eterno di queste creature.

Nel travestimento bucolico la figlioletta è chiamata Olimpia, ossia la Celeste, essa gli compare in un bosco, inviata da Dio in un trionfo di luce e di profumi. Con dolci parole racconta al padre che è in cielo, che con lei sono i suoi fratelli; parla con commossi accenti di Dio, della Vergine Maria, dell’incontro con il nonno, il padre di Boccaccio. Infine la figlioletta torna in Paradiso salutando il padre e con un angelico sorriso lo conforta, affermando che prima o poi lui e i suoi figli si sarebbero ritrovati insieme nel Paradiso per l’eternità.

Tre sonetti in onore di Maria

La sensibilità religiosa ritorna anche nelle rime del Boccaccio. Diversi sonetti sono rivolti a Dio per implorare perdono, tre sonetti sono espressamente rivolti alla Vergine Maria in forma di preghiera. Davanti a Gesù Cristo si sente peccatore e lontano dalla salvezza, si ravvede e chiede pietà:

Io ò, seguendo gli terren diletti

E i tuo’ comandamenti non curando,

Offeso spesso la tua maiestade:

Or mi ravveggio, come tu permetti,

Et di tua corte mi conosco in bando;

Però, di gratia, addomando pietade.

(Rime CXV)

Nei sonetti rivolti a Maria si proclama da sempre devoto della Vergine Maria, con tanta fiducia e speranza in Lei. Ammira la sua umiltà che ha aperto il cielo e permesso al figlio di Dio di farsi uomo (Rime CXVII), la invoca come stella del mattino.

O luce eterna, o stella matutina….

Volgi gli occhi pietosi allo mio stato,

Donna del cielo, et non m’aver a sdegno,

Perch’io sia di peccati grave et brutto.

Io spero in te e ’n te sempr’ò sperato:

Prega per me, et esser mi fa degno

Di veder teco il tuo beato fructo (Gesù).

(Rime CXVIII)

Nel sonetto CXIX che si riporta intero, implora con sincerità e fede il suo aiuto. Si sente pellegrino verso l’eternità. Maria è la stella del mare che lo guida; riconferma la sua fiducia in lei e riprende un endecasillabo del sonetto precedente: Io spero in te et ò sempre sperato.

O regina degli angioli, o Maria,

Ch’adorni il ciel con tuoi lieti sembianti,

Et stella in mar dirizzi e naviganti

A port’et segno di diritta via,

Per la gloria ove sei, vergine pia,

Ti prego guardi a’ mia miseri pianti;

Increscati di me: tomi (toglimi) davanti

L’insidie di colui che mi travia (il demonio).

Io spero in te et ò sempre sperato:

Vagliami il lungo amore et reverente,

Il qual ti porto et ò sempre portato.

Dirizza il mio cammin; fammi possente

Di divenir anchor dal dextro lato

Del tuo figliuol, fra la beata gente.

L’impegno culturale, civile e religioso

La seconda fase della vita del Boccaccio è caratterizzata da un intenso lavoro culturale di carattere prevalentemente umanistico, orientato alla composizione in latino di testi poetici ed in prosa. E’ sostenuto in questo da una sincera amicizia e ammirazione per il Petrarca che lo stimola e lo rassicura. Si adopera anche per l’introduzione dello studio del greco antico in Firenze.

Comprende la grandezza poetica di Dante, ne diffonde l’interesse con il Trattatello in laude di Dante e con Le esposizioni sopra la Comedia di Dante riguardanti i primi 17 canti dell’Inferno.

I fiorentini lo stimano e gli affidano varie missioni diplomatiche importanti presso principi italiani e lo stesso imperatore. E’ inviato come ambasciatore ad Avignone presso il papa Innocenzo VI nel 1354.

Nel 1359 diventa clericus e riceve o forse ha già ricevuto gli ordini minori: il papa gli concede infatti la dispensa perché possa ricevere tutti gli ordini ecclesiastici e un beneficio, anche se a questo è unita la cura d’anime. Nel 1361 rinuncia di succedere ad Avignone come segretario apostolico del Papa a Zanobi da Strada, suo personale amico, nel 1367 è ancora inviato a Roma dal papa Urbano V; il suo vescovo di Firenze gli affida poi alcuni incarichi per amministrare e regolare alcune eredità.

La sensibilità religiosa del Boccaccio si accentua ancora dopo il 1362, minacciato di dannazione eterna dal monaco certosino Pietro Petroni, morto in fama di santità. Fu preso da scrupoli religiosi tanto da sconsigliare nell’ultima fase della sua vita la lettura del Decamerone.

Nel suo testamento scritto un anno prima della sua morte il Boccaccio accenna anche agli oggetti religiosi che teneva in casa: le reliquie, tra cui un reliquia della croce di Cristo, una statuetta della Madonna in alabastro, un quadretto della Madonna con il bambino in braccio.

Ormai sofferente e malato lasciò questa vita terrena nella sua casa di Certaldo il 21 dicembre 1275. Aveva dettato lui stesso in quattro esametri latini l’epitaffio da scrivere sulla sua tomba,

fiducioso nella salvezza eterna, sicuro di aver ben meritato davanti a Dio nelle sofferenze della vita e nella sua vocazione di poeta e di scrittore: “Sotto questa grande pietra riposano le ossa e le ceneri di Giovanni: la sua anima sta dinanzi a Dio, ornata dei meriti acquisiti con le fatiche operose della vita mortale. Gli fu padre Boccaccio; patria Certaldo; sua passione fu la poesia che nutre la vita ( alma poësis)”.

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