una foto dello scrittore

Eugenio Corti

la disumanità dell'anti-cristianesimo moderno

introduzione

Eugenio Corti (1921-2014) è stato scrittore dichiaratamente, orgogliosamente e militantemente (è il caso di dirlo) cattolico, e il nocciolo del messaggio che egli ha voluto comunicare è che una società che rinnega la fede cristiana per inseguire idoli, come hanno fatto i totalitarismi, di destra o di sinistra, e come fa un certo tipo di consumismo relativistico, è una società anti-umana, disumana.

La sua critica al moderno anti-cristiano è nella sua sostanza corretta, benché prenda spesso la piega di una critica un po' ideologica. Nel senso che un suo limite è di evidenziare più la negatività del negativo, che la sorprendente positività della fede, irriducibile a misure umane: le figure positive del suo romanzo maggiore, il Cavallo Rosso, sono persone sì buone, ma di una bontà tutto sommato “naturale”, sono delle brave, oneste e leali persone. Ma non (particolarmente) vibranti di carità soprannaturale.

Sempre ne Il Cavallo Rosso si trovano sì apprezzamenti per una realtà carismatica, che di fatto viveva la fede non come nostalgia ideologica del passato, ma come novità che permette di vivere lo stesso negativo come occasione di crescita e non come obiezione. Ma Corti pare aver apprezzato in CL non tanto tale sua intrinseca identità (carismatica), quanto un argine all'avanzata di una modernità anti-cristiana. Ecco il breve passaggio, in cui ne parla:

«Comunione e Liberazione, era una vitale organizzazione nuova che riuniva sempre più giovani cristiani dopo l’entrata in paralisi dell’Azione Cattolica». (parte VII, cap. 2)

Rimane comunque complessivamente apprezzabile la sincerità umana, spesso autobiografica, come anche la sostanziale lucidità di giudizio storico, di cui Corti ha dato prova ne Il cavallo Rosso.

📔 Opere principali di Eugenio Corti

titolo originale titolo ital. (o edizione) anno
Processo e morte di StalinAres Milano19761, 19995
Il cavallo rossoAres Milano1983

Il giudizio sui totalitarismi

Molto centrato infatti pare il suo aver ricondotto la radice dei totalitarismi, sia quello comunista, sia quelli nazista e fascista, alla pretesa antropocentrica di una umanità che ha voluto mettesi al posto di Dio. Dimenticando di essere creatura debole e limitata.

E gli effetti dei totalitarismi sono giustamente rappresentati come disastrosi per l'umano: la guerra, la menzogna, il terrore, fino agli orrori del cannibalismo tra i prigionieri ridotti alla fame, e come da questa resi pazzi.

Il suo giudizio sul fascismo appare meno negativo di quello verso nazismo e comunismo. Ad esempio egli nota che la fase più crudele della guerra civile, che divise l'Italia tra la fine del '43 e il 25 aprile 1945, vide l'emergere di “nuovi fascisti”, personalità per lo più squilibrate, mentre i fascisti “storici” preferirono ritirarsi in buon ordine, e non partecipare attivamente alla lotta antipartigiana. E ciò del resto non pare portergli essere ascritto a demerito, dato che si tratta di un dato reale.

Senza contare che la maggior indulgenza di Corti verso il fascismo, visto come meno negativo di nazismo e comunismo, non gli impedì di partecipare alla liberazione dell'Italia, a fianco degli Alleati e del Re.

Il giudizio sull'Italia post-bellica

In lui prevaleva uno sguardo pessimistico sulla piega politica presa dall'Italia, soprattutto da un certo punto (fine anni '60) in poi. Le lotte operaie e la stagione della contestazione, come pure l'introduzione del divorzio, lo trovano fortemente contrario. Corti fa dire al protagonista del romanzo che per lui

la «lotta intorno al matrimonio civile [ossia chiosiamo noi, l'opposizione al divorzio, introdotto in Italia dalla legge Fortuna - Baslini nel 1970] - la cui indissolubilità era stata introdotta in Italia dal cristianesimo un millennio e mezzo prima - gli appariva l’ultima possibilità obiettiva per bloccare la scristianizzazione delle leggi e del costume.» (Il Cavallo Rosso, parte VII, cap. 8)

Questa acredine, un po' triste e pesante, che si estendeva del resto a tanti aspetti della realtà italiana del secondo dopoguerra (come la cultura e il cinema), appare meno convicente del suo giudizio, così lucido e centrato, sui totalitarismi.