scultura che potrebbe raffigurare Virgilio

Virgilio

introduzione

Publio Virgilio Marone (Andes, 15 ottobre 70 a.C. – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.) è uno dei maggiori letterati di Roma antica.

Dante apprezzava Virgilio, al punto che lo sceglie come guida nel suo immaginario viaggio nell'al-di-là, nella parte del suo viaggio in qualche modo a misura di ragione (ossia nell'Inferno e nel Purgatorio). Come altri autori medioevali infatti lo vedeva come una sorta di profeta pagano della imminente venuta di Cristo. Il riferimento la IV ecloga delle Bucoliche, in cui si parla di un bambino (puer) che avrebbe riportato nel mondo l'età dell'oro; tale Bambino venne variamente interpretato, e nel Medioevo venne spesso identificato con Cristo.

Qualunque cosa si possa pensare di tale attribuzione, rimane che Virgilio è comunque stato, oltre che un grande poeta, una personalità sinceramente alla ricerca del Senso della realtà, e che nella realtà ha saputo riconoscere tanto gli aspetti lieti e belli, quanto quelli drammatici e dolorosi. Così come sono presenti in lui tanto la dimensione personale di ricerca della felicità, quanto quella politico-comunitario. E anche questo è un suo pregio che gli va riconosciuto.

📔 Opere principali di Virgilio

titolo originale titolo ital. (o edizione) anno
Aeneis Eneide29 - 19 a.C.
Georgicon Le Georgiche37 - 30 a.C.
Eclogae vel Bucolica Le Bucoliche42 - 39 a.C.

le Bucoliche

paesaggio bucolico
Hackert, paesaggio bucolico

Von Balthasar in Nello spazio della metafisica. L'antichità opera una interessante rilettura dell'intera opera di Virgilio e sostiene che le Bucoliche vedrebbero uno sguardo sulla realtà ancora immaturo, un po' avvolto in nebbie adolescenziali. Vi parla infatti delle «nebbie liriche della sua preesistenza giovanile», e poi di uno «spazio senza tempo» (op. cit., p. 239).

Tuttavia anche nelle Bucoliche, che riprendono il genere degli idilli, reso celebre da Teocrito, ci sono la gioia e il dolore. Il dolore ad esempio di un amore impossibile, come quello di Coridone per Alessi (II Ecloga), o il dolore di dover abbandonare la propria casa e la propria terra, come nel caso di Melibeo (I Ecloga), per via di una ingiusta confisca dei suoi beni (vicenda questa autobiografica).

Ma c'è poi anche la gioia della vita bucolica, agreste, serena e ricreante nella sua lontananza dagli affanni e dalla frenesia della città, dove invidie e lotte avvelenano l'esistenza.

Come dice Melibeo, invidiando Titiro, quest'ultimo potrà godere del lieve ronzio delle api e di altre delizie della vita bucolica

«hinc tibi, quae semper, vicino ab limite saepes
Hyblaeis apibus florem depasta salicti
saepe levi somnum suadebit inire susurro;
hinc alta sub rupe canet frondator ad auras,
nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes
nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.»
(Bucoliche, I Ecloga)

E c'è la speranza, a cui si è già accennato, di un futuro migliore (come nella IV Ecloga).

le Georgiche

«le nebbie liriche della sua preesistenza giovanile si sono dissipate,
liberando lo sguardo sulla vita reale: dura e bella.» (von Balthasar)

Nelle Georgiche la bellezza e la durezza della realtà si fanno più intense, più reali, secondo von Balthasar:

«le Bucoliche avevano mantenuta aperta la prospettiva verso una piena trasfigurazione del mondo entro lo spazio senza tempo della bellezza: prospettiva verso l'origine perduta, verso la fine sperata, ma anche in uno sguardo carico di presentimento alzato verso altezze olimpiche e apoteosi e, in fase di assaggio, verso il mondo come è per trovarvi chissà dove una utopica Arcadia.

I canti della coltivazione dei campi [cioè le Georgiche, nota nostra] prendono decisamente il soggiorno nel mondo: nella contemporanea campagna Italica, nel comune destino umano che si mobilita con la durezza ed esperimenta nei faticosi contrasti con la natura le grazie della natura; nessun qui e oggi chiuso tuttavia, ma (p. 239) difesa e lotta contro le istanze di minaccia: contro la discordia e la guerra soprattutto, dentro e fuori dell'uomo; e, amplificando, contro la malattia e la morte. Anche questa volta c'è sempre la nostalgia verso l'età primordiale perduta, verso la restaurazione -finalmente! - del regno della pace e, in trasparenza, verso la vittoria sulla morte, verso la trasfigurazione e la resurrezione.»
(op.cit., pp. 239-40)

Il poema è diviso in quattro libri, che trattano, in modo ben documentato, 1) del lavoro dei campi, 2) della coltivazione delle piante, in particolare la vite e l'ulivo, 3) dell'allevamento del bestiame "nobile", bovini ed equini, e 4) delle api.

Vi è, anche qui, come nelle Bucoliche, in qualche modo esaltata la vita agreste, come quella che meglio garantisce serenità, concordia, laboriosità. Non senza, però, fatica.

Il dramma infatti, il dolore e la morte, è riconosciuto in modo netto. Si vedano ad esempio i seguenti versi:

«ecce autem duro fumans sub vomere taurus
concidit et mixtum spumis vomit ore cruorem
extremosque ciet gemitus. it tristis arator
maerentem abiungens fraterna morte iuvencum»
(Georgiche, l.3, 515-8)

l'Eneide

È il momento culminante della produzione virgiliana: ora la sofferenza ha un senso, e la persona si realizza sacrificandosi per un Ideale più grande di sé, in obbedienza agli Dei.

Enea, il protagonista, è costretto a lasciare la sua città, Troia, distrutta dai Greci, ma tale sofferenza avrà il senso di fare di lui l'iniziatore di una nuova stirpe, di una nuova realtà, Roma, destinata a portare la pace nel mondo. Anche il male insomma concorre a un Bene più grande.

E per l'Ideale, la fondazione di Roma, egli deve rinunciare anche ai propri più immediati affetti, lasciando Didone, di cui pure è innamorato. Il suo compito è altrove.

Il poema in qualche modo fonde gli omerici Odissea (nella prima parte, in cui gli esuli troiani vagano nel Mediterraneo alla ricerca della terra in cui fondare la nuova Troia) e Iliade (nella seconda parte, in cui i troiani devono affrontare l'ostilità dei Rutuli).

In esso gli Dei intervengono spesso, dando agli uomini dei segni del loro volere: ad esempio convincendo il riluttante Anchise (padre di Enea) ad abbandonare Troia (libro II, vv. 1012-53), o richiamando Enea, che voleva ormai stabilirsi a Cartagine presso Didone, che il suo compito è altrove (libro IV, vv. 401-37). Oppure salvando le navi troiane dall'incendio, mediante una forte tempesta che lo spegne (libro V).

Certo, gli Dei non sono concordi: Giunone fa di tutto per impedire che Enea giunga nel Lazio e vi possa fondare Roma. Ma alla fine deve arrendersi, costretta ad accontentarsi che i troiani non diano il nome della loro città di origine alla nuova città (libro XII, vv. 1260-1339.

Un senso quindi c'è, ma non salva tutto, nel dettaglio: nell'ultima scena Enea sconfigge il re dei Rutuli, Turno, ed è combattuto tra la clemenza e la vendetta. Alla fine il ricordo della precedente crudeltà di Turno, lo spinge a ucciderlo. Qualcosa che ricorda un po' Ulisse, che tornato a Itaca si vendica delle sofferenze inflitte dai pretendenti a Penelope e a Telemaco, e li uccide tutti, con spietata energia.

Solo con Cristianesimo sarebbe stato possibile redimere fino in fondo ogni dettaglio della realtà, e sperimentare la potenza ricreatrice della Misericordia.

📚 Bibliografia essenziale

Contributi

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