Rileggendo l’Idiota

di Francesco Bertoldi

Una domanda ci pare fondamentale: il personaggio chiave del romanzo, dall’autore esplicitamente e ripetutamente definito eroe (il nostro eroe), è esclusivamente positivo?


positività totale

In un certo senso sì. È lo stesso Dostoevskij a definirlo come un “uomo totalmente bello”. È così spianata la strada a vedere nel principe Miskin non solo il tipo del “santo idioto”, ma in qualche modo il simbolo di Cristo. L’idiota è Cristo, l’uomo totalmente bello.

Fin qui Dostoevskij e suoi interpreti. Ma se è così, se Miskin è Gesù, allora Rogosin è Satana, e Nastasia Filipovna è l’umanità, che rifiuta colui  che l’ama e si butta nelle braccia di colui che la odia, al punto da ammazzarla. O meglio l’umanità ha due volti, quello passionale ed esplicitamente disperato di Nastasia Filipovna, e quello, apparentemente più regolare e presentabile, più “normale”, di Aglaja Ivanovna: l’una e l’altra non sanno decidersi per Cristo-Principe.

Bellissima per il suo realismo è la figura di Nastasia Filipovna: il suo peccato la fa credere indegna dell’amore di chi invece, non le rinfaccia nulla; e lei esita, oscilla, prima decide una cosa poi un’altra, in una drammatica girandola dal tragico finale. Il male uccide, anche questo è un messaggio molto giusto.

Più scialba, ma comunque istruttiva, anche la figura di Aglaja: anche lei intuisce nel Principe un bene molto grande, seppur così poco convenzionale, ma lo vorrebbe normalizzare, riportare a delle misure e a dei modi borghesi, finiti. Aglaja dunque come quel tipo umano che non rifiuta Cristo, o meglio non vuole rifiutarlo in prima battuta, vuole che il distacco avvenga con l’attribuzione della colpa a Cristo stesso, per il suo esagerare. E infatti Aglaja rompe col Principe quando questi mostra compassione per Nastasia Filipovna. Se questo schema interpretativo è corretto, viene in proposito in mente il figliol prodigo: Aglaja è il figlio che è sempre rimasto col padre, e che si indigna quando il padre fa festa per il ritorno del figliol prodigo.

Tra queste due figure, per così dire, maggiori, sta tutta una sfumata gamma di personaggi minori, che possono rappresentare vari tipi umani, visti nella prospettiva del loro rapporto con Cristo. Come le due figure maggiori ci sembra prevalere in Dostoevskij uno sguardo di benevolenza: lo stesso Lebedev, lo stesso Ippolit, per non parlare di Burdovskij, sono presentati in fondo con indulgenza. Burdovskij agisce con impeto, in modo oggettivamente ingiusto; ma lo fa in sostanziale buona fede. Ippolit segue idee assurde, compie gesti folli, ma non è privo di un’ultima bontà, come appare dai suoi finali avvertimenti con cui cerca di scongiurare l’imminente tragedia, scontrandosi però con la sconfinata fiducia del Principe. E Lebedev, untuoso, intrigante e meschino leccapiedi, si macchia sì di ipocrita cattiveria col generale Ivolgin, in qualche modo spingendolo al tracollo finale, ma lui pure non è personaggio totalmente negativo.

Due figure particolarmente patetiche sono Lizaveta Prokovievna e il generale Ivolgin. Due figure in qualche modo incapaci  di reggere la vita così come è.

La prima ammette di essere “una bambina”, volubile fino all’inverosimile, nonostante l’età, sensibile, a suo modo ingenuamente veritiera. Sincera è la sua ammirazione per il Principe Miskin, di cui accetta, più di Aglaja, la stranezza, ma solo fino a un certo punto. Anche per lei infatti, alla fine l’Idiota la fa troppo grossa, compatendo fattivamente Nastasia Filipovna. Benchè, nella conclusione del romanzo, l’autore non manca di avvertirci che ella seguì da vicino le vicende del Principe, tornato in Svizzera per tentare di curare la sua ricaduta nel male.

Anche il generale Ivolgin è patetico oltre ogni dire: inguaribilmente millantatore, non sa trattenersi dalle menzogne più spropositate, che raggiungono il parossismo col racconto dell’amicizia del piccolo Ivolgin nientemeno che con Napoleone. Lì emerge anche, come forse non mai in questo romanzo, la    vena umoristica di Dostoevskij. Certo, è un umorismo venato di tragedia, perché proprio quella spacconata sarà il punto di rottura del gen. Ivolgn col Principe, che segna l’avvio del suo tracollo finale.

non del tutto, però

Tuttavia, al di là della questione, che riconosco eccedere la mia competenza (non essendo io un conoscitore in termini “scientifici” di Dostoevskij), del significato che l’autore ha attribuito al personaggio centrale del romanzo, totalmente positivo o no, io vedo nel principe Miskin dei limiti. Checché ne pensasse Dostoevskij (e non è comunque detto che ci sia nemmeno per lui una equiparabilità tra l’Idiota e Cristo) mi sembra che il Principe, nella misura in cui rappresenta solo un uomo, non incarni un tipo umano ideale perfetto. È sì buono, ma la sua bontà, pur non essendo ingenua (in più di un caso egli sa che l’altro lo vuole ingannare, semplicemente rifiuta di difendersi) appare troppo irrazionale. In generale egli rappresenta un tipo umano in cui la fede postula un sacrificio della ragione. Dal punto di vista cattolico-ortodosso questa impostazione rasenta il fideismo. Non si può dire che il Principe sia totalmente fideista, ma il fideismo è in lui una componente presente.

Però le due letture non sono forse, in fondo, alternative. Si possono sovrapporre, possono coesistere. E a noi piace di più la prima linea interpretativa: il Principe come Cristo, che ama una umanità che invece tentenna e lo sfugge, fino a buttarsi in balia del Nemico, omicida fin dal principio.

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