locandina del film le Creonache di Narnia

Le cronache di Narnia

Cronache di Narnia: riflessioni

un mio commento del 2007

Una serie di racconti fantastici ben riuscita. Pur avendo come destinatario l’infanzia, l’opera è godibile anche da un lettore adulto, come teorizza lo stesso Lewis nel saggio in appendice all’edizione Mondatori: un racconto per l’infanzia che non sia fruibile anche da un adulto, non merita di essere letto neanche a 10 anni. L’età adulta infatti, sostiene sempre l’autore, non toglie ma aggiunge, perciò si parla di crescita e non di cambiamento. Niente di ciò che era genuinamente umano in età infantile viene tolto, in età adulta, ma solo completato, arricchito, inverato.

Anche in quest’opera Lewis ricorre all’allegoria, ma rispetto ad altre qui l’uso fattone è più sfumato e sapiente. Non è difficile vedere ad esempio, in Aslan l’allegoria di Gesù Cristo, lui che crea il mondo (di Narnia), e che si sacrifica, lasciandosi uccidere, per salvare un uomo, peccatore (in questo caso un ragazzo, Edmund). È, ancora, trasparente l’allusione all’Anticristo, che si spaccia per il vero Dio, nell’ultimo racconto, allorché una scimmia malvagia induce un asino ingenuo a indossare la pelle di Aslan. Ma in queste fiabe Lewis evita ogni pedantesco, esatto calco tra la realtà e l‘allegoria. Ad esempio l’asino che impersona in qualche modo l’Anticristo agisce più per dabbenaggine, suggestionato dal potere malizioso della scimmia che lo vuole usare come strumento di potere. Ancora, la strega malvagia dei primi racconti non è esattamente sovrapponibile al Diavolo: pur essendo profondamente cattiva, è difficile vedere in lei il male assoluto, quanto piuttosto uno sfrenato e arbitrario egocentrismo, non privo di qualche risvolto comico.

Qualche perplessità potrebbe destare, in tempi di animalismo trionfante, la figura degli animali-parlanti: in realtà ci sembra da un lato una concessione del tutto innocente a un gusto tipicamente infantile (senza la quale forse la Disney non avrebbe nemmeno ricavato un film), e d’altro lato ci  sembra ricollegarsi, piuttosto che alle mode ecologiste imperanti, a una visione cristiana della realtà naturale,che è buona nella sua profonda verità ed è in qualche modo stata essa stessa rovinata dal peccato originale. Magistrali sono le descrizioni del punto di confine tra il mondo finito e l’Oltre: nella parte finale del racconto “Il viaggio del veliero” e de “L’ultima battaglia”. Nel primo caso il confine è al limite del mare, come una distesa di ninfee bianche, prime delle quali Lucy, la più, come dire?, veggente del gruppo di bambini scelti per entrare in Narnia, vede sul fondale esseri quasi-umani: una descrizione assai suggestiva; così come quella della conclusione dell’ultimo racconto, allorché il Paradiso come trasfigurazione della terra (non azzeramento, ma “cieli nuovi e terra nuova”) viene raffigurato con un sapiente e felice connubio tra gradevolezza fantastica e aderenza al dato contenutistico teologico.

Non tutti i racconti sono egualmente godibili: soprattutto nel caso del racconto “Il principe Caspian” predomina una certa prevedibilità. Anche in altri talora la narrazione cede a un gusto forse troppo infantile, semplicistico.

Vi è anche il tema del rapporto Nord/Sud, o meglio, forse, Occidente/Islam: Narnia è a Nord, i suoi abitanti sono persone libere, mentre a Sud c’è la terra di Calormen, i cui abitanti sono schiavi di un despota e adorano il dio Tash, che è poi, lo si vede nel racconto finale, un (il ?) diavolo. Ora è certo che Narnia è il bene e Calormen qualcosa di prevalentemente negativo: ma si tratta di un giudizio sulle due civiltà: esistono brave persone a Calormen (la più significativa è Emeth, che nell’ultimo racconto è presentato come figura decisamente positiva) e cattivi a Narnia.

I Leoni di Lewis non sono teo-con

un breve articolo giornalistico del 2005, contro una interpretazione unilaterale

Dicembre 2005: qualcuno polemizza contro Lewis

di Ranieri Polese

Era inevitabile. Prima ancora di arrivare sui nostri schermi, il kolossal fanta-medievale Narnia ha già innescato la polemica: è di destra o no? O, in termini aggiornati, è propaganda teo-con o solo una fiaba? Il film targato Disney e diretto dal creatore di Shrek , Andrew Adamson, si rifà alla saga di C.S. Lewis (1898-1963), il professore di Oxford amico di Tolkien che, dopo una giovinezza senza Dio, divenne un fervente cristiano.

Una sorte simile era già capitata al Signore degli anelli: negli anni 70 l'estrema destra italiana creava i campi Hobbit e la sinistra esecrava come paranaziste le storie della Terra di Mezzo. Poi, dal 2002, i film di Peter Jackson hanno fatto superare la contrapposizione. Ora tocca a Lewis, e al Narnia cinematografico. Si sa che è stato in parte prodotto da un miliardario ultraconservatore amico di Bush, e che negli Usa si sono organizzate proiezioni in chiese cristiane.

Ecco quindi l'attacco del Riformista («Sarà un Natale teo-con») e la replica del Secolo d'Italia («È l'epica della vecchia Europa che torna»). Ma intanto Panorama (9 dicembre) aveva già esaltato la «pellicola a sfacciato sfondo teologico», mobilitando le firme di destra di Pietrangelo Buttafuoco e Gianfranco De Turris.

E allora? E se stavolta si evitasse di ripetere il solito gioco? Magari prendendo atto che l'epica non è necessariamente reazionaria, che il fantasy e le sue lotte fra Bene e Male non sono l'anticamera dell'Olocausto. Anche in America l'hanno capito già da tempo. Jonathan Franzen, nel suo Le correzioni, ce lo insegna, quando mette in mano il libro di Lewis al nipote del protagonista, tra le proteste della madre: «C.S. Lewis era un noto propagandista cattolico». Ma Franzen aggiunge subito che il padre del ragazzo «si era divertito da piccolo a leggerlo, e non si poteva certo dire che fosse diventato un fanatico religioso. (In realtà era un rigoroso materialista)».

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Si può vedere la trilogia tratta dalle Cronache di Narnia (DVD).

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