ritratto di Alessandro Manzoni

Manzoni

rivisitazione di Manzoni a cura di Sergio Cristaldi

Apparsa su Tracce, in formato PDF.

interventi su Manzoni di Roberto Filippetti

Prima della conversione

Manzoni compie gli studi in collegio, in quello dei padri Somaschi (a Merate e Lugano) prima, in quello dei Barnabiti (Milano) poi. Ne esce disgustato e ribelle, insofferente e critico nei confronti della religione. È imbevuto di idee illuministiche (1801: Il trionfo della libertà, 1803/4: I sermoni, tra pariniani e alfieriani. Non dimentichiamo che l'ambiente familiare è illuministico: il nonno di Manzoni è Cesare Beccaria, la madre di Manzoni, donna Giulia, prima di recarsi a Parigi a convivere con l'Imbonati frequentava uno dei fratelli Verri). Il giovane Alessandro dimostra una straordinaria precocità nel versificare; ha solo 18 anni quando, fervido ammiratore del Monti, gli invia dei versi di stampo classicistico (Adda - idillio), che gli valgono l'elogio del poeta ormai cinquantenne.

Ci sono però, in quegli anni, fermenti del rinnovamento romantico anche in Italia. A Milano, il giovane Manzoni frequenta il Lomonaco e soprattutto il Cuoco, fuggiti da Napoli dopo il fallimento della rivoluzione del 1799.

Attraverso le conversazioni col Cuoco, lettore di Vico, Manzoni si apre all'interesse per la storia, che è storia di popoli; assimila concetti che resteranno basilari in lui: per liberarsi dallo straniero oppressore, un popolo deve raggiungere l'unità nell'approfondimento delle proprie tradizioni (tradizione è uguale a comunanza di usi, lingua, ideali). La libertà perciò si conquista e si conquista col lavoro e tale conquista si deve fondare sul senso di responsabilità di ciascuno, onde non disperdere le forze in inutili violenze (com'era successo a Napoli).

Nel 1805, Manzoni raggiunge la madre a Parigi; frequenta i salotti parigini e conosce C. Fauriel, a cui resterà legato da vivissima amicizia. Compone il Carme In morte di C. Imbonati, che gli procura notorietà (è apprezzato anche dal Foscolo).

Nel Carme, il compagno della madre gli appare come lo stoico campione di virtù democratiche.

Nel 1809 compone l'Urania (poema che risente ancora dell'influsso del Monti, in cui la Musa scende a consolare Pindaro e gli rivela qual è lo scopo della poesia: quello di ingentilire i costumi degli uomini).

Su queste prime composizioni torneremo poi. Basti qui dire che Manzoni già mostra di non sentirsi appagato da un'arte intesa come sfoggio di bravura, mero calligrafismo, ma avverte imperiosa la necessità di agganciare l'impegno letterario a un ideale etico. Nel 1808 aveva sposato Enrichetta Blondel, con rito calvinista; il matrimonio viene regolarizzato secondo il rito cattolico due anni dopo (1810).

In questo periodo si pone la conversione, che determina un mutamento sostanziale in Manzoni uomo e in Manzoni artista.

La conversione

La conversione non fu improvvisa, ma piuttosto graduale, consentanea al suo carattere analitico, razionale. (Non sono attendibili le testimonianze che parlano d'una conversione fulminea. Episodio della chiesa di S. Rocco, in occasione del matrimonio di Napoleone con Maria Luisa).

«Nei misteri della fede la ragione trova la spiegazione dei suoi propri misteri: come è nel sole, che non si lascia guardare, ma fa vedere» (Dell'invenzione). E ancora: «mistero di sapienza e misericordia... che la ragione non può penetrare, ma che tutta la occupa nell'ammirarlo» (Osservazioni sulla morale cattolica, VIII da ora OMC).

Quello di Manzoni, è un «credo ut intelligam», il suo è lo sforzo continuo di spiegare razionalmente il reale alla luce della fede. L'esperienza religiosa è legata a un impegno di chiarificazione intellettuale ed etica; la fede, insomma, è strumento di conoscenza, apre un orizzonte di giudizio nuovo sul mondo, poiché, come egli stesso dice nella prefazione alle OMC, la religione «ha rivelato l'uomo all'uomo».

Conviene soffermarsi a considerare la religiosità manzoniana poiché è solo a partire da essa che si può intendere appieno la poesia del Manzoni; dice il Sansone: «Il cristianesimo, come visione del mondo, è lo stato d'animo e la ragione lirica dei Promessi Sposi (e non la premessa ideale come vorrebbe il De Sanctis o un limite come dice il primo Croce)».

Caratteri della religiosità

Scrive in una lettera del 1828 a Diodata di Saluzzo: «L'evidenza della religione cattolica riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde è esclusa. Le verità stesse che pur si trovano senza la sua scorta non mi sembrano intere, fondate, indiscusse, se non quando sono ricondotte ad essa, ed appaiono quel che sono, conseguenze della sua dottrina.

Un tale convincimento deve trasparire naturalmente da tutti i miei scritti, se non fosse altro perciocché, scrivendo, si vorrebbe esser forti, e una tale forza non si trova che nella mia persuasione.

Ma l'espressione sincera di questa può, nel mio caso, indurre un'idea purtroppo falsa, l'idea d'una fede custodita sempre con amore, e in cui l'aumento sia un premio di una continua riconoscenza; mentre questa fede io l'ho altre volte ripudiata, e contraddetta col pensiero, coi discorsi, con la condotta; e dappoiché, per un eccesso di misericordia, mi fu restituita, troppo ci manca che essa animi i miei sentimenti e governi la mia vita, come soggioga il mio raziocinio. E non vorrei confessare di non sentirla mai così vivamente come quando si tratta di cavarne delle frasi; ma almeno non ho il proposito di ingannare (...).

Dal timore di offendere (almeno colpevolmente) la religione, introducendola ne' miei poveri lavori, mi rassicura la coscienza intima, non dico del mio rispetto per essa, ma dell'unica fiducia che ripongo in essa e nella Chiesa che l'insegna. Ma in ogni testimonianza che appunto mi si renda di ciò, sento, insieme con la lode, un rimprovero, e in una con la voce benevola mi par d'intenderne una severa che mi dice:

A che tu vai ragionando delle mie ingiustizie?».

In un'altra lettera dello stesso anno, indirizzata al Padre Cesari, afferma:

«Qui, in materia di religione, c'è il mezzo di non errare in ciò che è necessario sapere: credere cioè quello che la Chiesa insegna; qui so che ho ragione di soscrivere in bianco, qui credo a chi ha un carattere unico di certezza nel conoscere e di veracità nell'insegnare, una promessa di infallibilità data da chi è solo infallibile per sé.

Colla Chiesa dunque sono e voglio essere, in questo come in ogni altro oggetto di Fede; con la Chiesa voglio sentire, esplicitamente, dove conosco le sue decisioni; implicitamente, dove non le conosco: sono e voglio essere con la Chiesa, fin dove lo so, fin dove veggo, e oltre».

N.B. - Sul cosiddetto giansenismo manzoniano, conviene fare qualche precisazione. È vero che dei due sacerdoti (il Degola e il Tosi) che seguirono Manzoni nel suo itinerario spirituale, il primo soprattutto era di tendenze giansenistiche.

Ma a parte l'esplicita dichiarazione di ortodossia che abbiamo appena letto, bisogna tener presente questo: il giansenismo nega la libertà individuale (la grazia è victrix) e quindi la responsabilità. Manzoni, invece, afferma chiaramente la libertà e la responsabilità dell'agire di ogni uomo (vedi i personaggi dell'Innominato e di Gertrude: «la sventurata rispose»). Citiamo ancora un passo delle OMC ove si dice che «è giudizio della più rea e stolta temerità l'affermare d'alcun uomo vivente che non sia predestinato alla gloria, l'escluderne uno solo dalla speranza nelle ricchezze della misericordia di Dio». Cristo è morto per tutti, non solo per i predestinati alla salvezza: «che a tutti i figli d'Eva / nel suo dolor pensò» (La Pentecoste).

Tornando al contenuto del brano (lettera al Padre Cesari), la Chiesa è la Casa della verità.

Questa è la risposta che Manzoni dà al bisogno di certezze, se vogliamo accentuato in quel particolare frangente storico. Infatti c'è un generale, diffuso disagio in seguito alle delusioni della rivoluzione Francese; non solo l'esperienza del Terrore, ma anche il dispotismo napoleonico, il fallimento della Repubblica Cisalpina e della Repubblica Partenopea hanno mostrato come fosse illusorio l'ottimistico disegno degli Illuministi. Gli intellettuali in primis sono in crisi, si sentono isolati e disorientati. Cito da Appunti al Tosi (1824):

«La scienza del mondo è imperfetta e insufficiente, tanto più l'uomo procede in essa tanto più ne conosce i limiti e le incertezze, tanto più la sente inferiore alla sua curiosità. La scienza dello Spirito è compiuta; docebit omnia».

Elementi illuministici

Con la conversione, dicevamo, Manzoni opera dunque uno stacco radicale dal suo passato. Restano allora tracce in lui della sua formazione illuministica?

Sì. Anche a voler trascurare la considerazione di ordine generale, per cui il Romanticismo italiano si configura più che come reazione piuttosto come prosecuzione di certe istanze illuministiche, in Manzoni sono riconducibili all'Illuminismo:

a) l'opposizione alla concezione romantica di religione come ansia di mistero;

b) contro certo irrazionalismo, la ricerca razionale del vero, basata quindi sulla fiducia nelle capacità della ragione di riconoscere e accogliere la verità;

c) la concezione dell'impegno del letterato. (Il clima che è proprio dell'Illuminismo lombardo favorisce in Manzoni la concezione del mestiere letterario come un compromettersi quotidiano), letteratura non come evasione;

d) anche la tendenza all'analisi psicologica si può ricondurre ad ascendenze illuministiche.

Dobbiamo a questo punto concordare col giudizio che hanno dato De Sanctis, e sulla scorta del De Sanctis altri commentatori, quali il Sapegno, che si tratta cioè delle «idee del secolo battezzate»?

Da quanto abbiamo letto nella lettera a Diodata di Saluzzo, appare il contrario: è una verità «impazzita» quella che non è radicata nella religione (Sansone).

Elementi romantici

Anche l'adesione di Manzoni al Romanticismo (attorno al Manzoni si ritrovano il Visconti, il Cattaneo, il Grossi, il Berchet, il Porta) è legata, o per meglio dire subordinata alla visione religiosa.

Gli elementi costitutivi del Romanticismo manzoniano sono:

a) l'apertura a Dio (la religiosità);

b) l'interesse per la storia e il senso della storia come divenire, come organismo, in cui i fatti hanno un loro intimo nesso;

c) lo spirito democratico. Manzoni partecipa cioè alle idee democratiche europee, per cui alle riforme elargite dall'alto senza mutare sostanzialmente il rapporto fra le classi sociali, subentra la volontà di una spontanea conquista dei diritti umani. Le «genti meccaniche» sono protagoniste della storia, non sono più considerate oggetto di filantropica assistenza (paternalismo);

d) conseguenze dirette di questi presupposti democratici sono la posizione di Manzoni sulla questione della lingua e la scelta del genere letterario, aspetti su cui torneremo.

La politica

Caratteristiche dell'atteggiamento politico e dell'impegno patriottico sono:

a) avversione al potere temporale del Papa. Manzoni ebbe una visione liberale dei rapporti fra Stato e Chiesa. La Chiesa, egli sostiene, se è libera dagli impacci delle cure temporali (che, secondo l'espressione che si ritrova nelle OMC sono «la sua desolazione e la sua vergogna»), potrà dedicarsi più pienamente al suo mistero spirituale. (Ricordiamo l'amicizia e la venerazione che Manzoni ebbe per Rosmini, conosciuto nel '27, il quale avversava il potere temporale);

b) pur essendo convinto assertore dell'unità e dell'indipendenza d'Italia (la «bella utopia», com'egli la chiama), Manzoni non prende parte direttamente alla vita politica, a parte alcuni gesti di partecipazione, come il suo voto di senatore, con cui consentì che si proclamasse il Regno d'Italia (1861), a parte la composizione di odi civili («Aprile 1814», «Proclama di Rimini» 1815,«Marzo 1821» pubblicata nel '48) e qualche altro intervento. (Va notato, però, che sono gesti significativi, e per la notorietà da cui era già circondato, e soprattutto perché non era facile, per un cattolico del tempo, prendere simili posizioni).

L'assenza dalla vita politica attiva è determinata dalla sua natura schiva: «Quel senso pratico dell'opportunità, quel saper discernere un punto o il punto dove il desiderabile s'incontri col riuscibile, e attenercisi, sacrificando il primo, con rassegnazione non solo, ma con fermezza, fin dove è necessario (salvo il diritto, s'intende) è un dono che mi manca, a un segno singolare.

E per una singolare opposta (…) mi guarderei bene dal proporlo nonché dal sostenerlo. Ardito finché si tratta di chiacchierare tra amici, nel mettere in campo proposizioni che paiono, e saranno paradossi, e tenace non meno nel difenderle, tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato, quando le parole possono condurre ad una deliberazione. Un utopista o un irresoluto sono due soggetti inutili per lo meno in una riunione dove si parli per concludere; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo.

Il fattibile le più volte non mi piace, e dirò anzi, mi ripugna; ciò che mi piace, non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto, e d'aver poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze. Di maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti, il costrutto del mio parlare sarebbe questo: NEGO TUTTO E NON PROPONGO NULLA (...). Quando si è così, si sta fuori degli affari! Le par che basti? C'è dell'altro. Il parlare stesso è per me mia difficoltà insuperabile. L'uomo di cui ella ha voluto fare un deputato, balbetta, non solo con la mente in senso traslato, ma nel senso proprio e fisico (...).

È una cosa dolorosa e mortificante il trovarsi inutile a una causa che è stata il sospiro di tutta la vita, ma Ipse fecit nos et non ipsi nos; e non ci chiederà conto dell'omissione, se non nelle cose alle quali ci ha dato attitudine. Io non posso fare altro che raccomandare questa causa a chi ha l'ingegno e gli altri mezzi necessari per aiutarla efficacemente» (Da una lettera del 7 ottobre 1848 a Giorgio Briano).

Ma non si tratta solo d'una naturale ritrosia a intervenire nella vita pubblica: bisogna aggiungere anche che Manzoni sente la nazione, più che lo Stato (= la forma politica con cui la nazione si costituisce). In altri termini, egli rifugge dall'indicare precise soluzioni politiche ai problemi, preferendo risalire alla radice delle questioni storiche: alla natura e al destino dell'uomo, alla sua vocazione alla verità, insomma alla sua cultura. Si veda l'appendice alle OMC, in cui, tra l'altro, afferma che i cattolici, lungi dall'essere l'elemento che frena il progresso, sono propugnatori della verità e della giustizia.

la poetica di Manzoni

L'aspetto caratterizzante della poetica manzoniana è già contenuto in nuce nel Carme all'Imbonati (vv. 40-48) del 1805.

«Sentir... e meditar»: in una lettera al Fauriel di poco posteriore alla composizione del Carme, Manzoni spiega: «Io credo che la meditazione di ciò che è, e di ciò che dovrebbe essere, e l'acuto sentimento che nasce da questo contrasto, io credo che questo meditare e questo sentire siano le sorgenti delle migliori opere sia in verso che in prosa dei nostri tempi».

Comprendere la realtà storica, soffrirla alla luce d'un'idea morale: con ciò sono decisamente bandite la tendenza all'evasione fantastica; l'arte intesa come diletto consolatorio; un compiaciuto immaginare o sentire fine a se stesso.

Si tratta, invece, d'un immaginare e di un sentire che nascono dalla intuizione d'una verità (storica) e approdano alla verità: verità e poesia sono strettamente legate. Nell'Urania, la poesia svolge una funzione redentrice ed educatrice: vi si compie una sorta di foscoliana deificazione dell'attività poetica e perciò dell'umano. Il poemetto, dopo la conversione, è ripudiato da Manzoni («Scriverò versi peggiori di questi, ma come questi mai più» a Fauriel). La redenzione è fondata su un fatto avvenuto nella storia, l'educazione al bene non può essere opera dell'uomo ma avviene nella Chiesa attraverso l'operare della Grazia. Di conseguenza la poesia diviene:

a) celebrazione dell'opera della Grazia, dei grandi fatti della Redenzione di Cristo (Inni sacri, da 12 ideati, 5 realizzati: Resurrezione 1812, Nome di Maria 1813, Natale 1813, Passione 1815, Pentecoste 1817-22);

b) celebrazione dell'incidenza di quei fatti nella nifica che l'arte è creazione.

L'imitazione e le regole, che si vogliono far risalire ad Aristotele, sono in realtà un'invenzione dei grammatici, che hanno abusato del suo nome per «instaurare un deplorabile dispotismo».

Il valore morale dell'arte

Il fine che il poeta deve proporsi è di «interessare per mezzo della verità: non domandiamogli altro che di essere vero».

E la verità è, come dice nelle OMC, «questo fondo comune di miseria e di debolezza», «ciò che è e ciò che dovrebbe essere, il bene e il male» (Prefazione).

Noi viviamo in una sfera di idee e di realtà «stretta ed agitata»: il poeta ci sollevi a una sfera «di idee calme e grandi», agli ideali di giustizia e di bontà che ciascuno porta in sé.

2) Lettera sul Romanticismo (1823)

Manzoni vi si professa romantico, mostra perché è arrivato alla professione romantica. La lettera consta di due parti, una negativa e una positiva.

I - Nella prima, più sviluppata, Manzoni dice che il Romanticismo rifiuta l'imitazione servile (che non vuol dire lettura) dei classici; le unità di tempo e di luogo, la mitologia. I due primi rifiuti sono giustificati dal fatto che sono «irragionevoli», se si tien conto che ogni opera poetica è «organismo» che ha una sua legge intrinseca; il concetto di imitazione, cui neppure i classici stessi si sono attenuti, presuppone inoltre un'unica forma di bellezza. La mitologia, infine, va rifiutata perché «è cosa assurda parlare del falso (gli dei bugiardi) riconosciuto come si parla del vero; cosa fredda, perché non richiama nessuna idea o sentimento a un mondo che è cristiano; cosa noiosa il ricantare questo freddo e questo falso». Non c'è quindi una giustificazione?

L'intento di Manzoni in questo discorso è dimostrare che ciò è impossibile e assurdo, in quanto:

a) l'unico VERO con carattere di storicità è quello POSITIVO, e il VEROSIMILE di per sé non vi aggiunge nulla;

b) è impossibile fondere STORIA e INVENZIONE, VERO e VEROSIMILE.

Pare che Manzoni sconfessi completamente il suo romanzo storico (I Promessi Sposi). In realtà la riflessione teorica lo aiuta a dare un senso più chiaro alla propria opera; se davvero fosse stato persuaso che storia e invenzione sono incompatibili, perché si sarebbe tanto preoccupato di offrire, durante la stesura dello studio sul romanzo storico, un romanzo storico come capolavoro di poesia? (Del Romanzo Storico: 1830-1845; edizione definitiva Promessi Sposi: 1840-1841).

Inoltre nel discorso stesso «Del Romanzo Storico» il Manzoni rinvia al «Dialogo dell'Invenzione» come allo sviluppo ultimo del suo pensiero in proposito.

4) Dialogo dell'Invenzione (1841-1845).

Costituisce la risposta alla domanda: il vero e il bello, il vero storico e l'immaginazione, il bello morale e il bello artistico, tutto insomma, dove trova la sua ragionevolezza? La risposta di Manzoni si articola così:

a) l'artista, a differenza dello storico, «inventa», ma come? in che senso?

b) L'«inventare» (dal latino «invenio») significa «trovare» qualcosa che preesiste, rendere presente alla mente un'idea che era prima che l'artista la rivelasse;

c) ma queste idee dov'erano prima di venire in mente all'artista? Nella mente di Dio. L'inventare assume il significato di scoperta del VERO DI DIO.

d) Così anche il romanzo storico non è più unione di storia = vero e di invenzione = falso, bensì di VERO STORICO e di VERO POETICO,

il “vero” manzoniano

A) La Pentecoste

la «verità» entra nella storia

Al culmine del decennio 1812-22, apertosi con la celebrazione dell'«evento» salvifico di Cristo, nato da Maria, morto e risorto in una precisa epoca storica (i primi quattro inni sacri), si colloca La Pentecoste, capolavoro dell'innografia italiana.

Già il titolo pare celare la chiave di lettura cifrata del testo: La Pentecoste significa infatti in greco «cinquantesimo». Cronologicamente la discesa dello Spirito Santo accade cinquanta giorni dopo la Pasqua di Resurrezione di Cristo, e coincide con la nascita della Chiesa. Simbolicamente, essendo il numero «cento» la cifra biblica della pienezza e dell'intero (cento pecorelle, il centuplo quaggiù, ecc.), cinquanta ne è l'evidente «metà»: è, secondo le ultime parole del "Credo", «La Chiesa, una santa cattolica e apostolica», la via verso la pienezza e interezza della palingenesi escatologica, «la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

Insomma La Pentecoste è un «già e non ancora»: un «già» in quanto vi culmina la prima «metà» della storia, dalla Creazione al pieno disvelamento della Redenzione operato dal Paraclito; un «non ancora» rispetto al compito di portare l'annuncio fino agli estremi confini della terra e rispetto all'attesa del ritorno finale di Cristo. Anche la "gabbia metrica" in cui l'autore dimensiona il testo pare alludere a tutto ciò: è infatti un inno di 144 settenari, ove, secondo il biblico simbolismo delle cifre, sia il sette che il 144, in quando quadrato di dodici (gli Apostoli come le Tribù d'Israele), sono numeri che le strofe 11-18 sono nel segno del «non ancora»: vi si distende in tono tra l'imperativo e l'esortativo la preghiera allo Spirito elevata da un corale «noi», espressione dell'unità nella diversità (str. 12). Ed è incalzante supplica, tesa a impetrare che l'iniziativa dello Spirito Divino continui a trasformare il reale nel presente, secondo questa scansione verbale nelle strofe 12-15: «noi T'imploriam - discendi - scendi (ricrea - rianima). Discendi (attua - dona); noi T'imploriam - scendi - scendi (vi spira)».

Questa verticalità discendente genera, nella strofa 16, una verticalità ascendente: l'uomo può sollevare lo sguardo al cielo e trarne l'autocoscienza della propria dignità per la somiglianza con Dio e la decisione a costruire fatti di gratuità.

Un "climax" finale percorre, nella luce di pregnanti preghiere allo Spirito, tutta la parabola della vita, scandita in otto tappe, fino alla morte illuminata dalla virtù teologale della speranza.

B) Dalle tragedie al romanzo

la «verità» incide nel presente

Dal 1816 al 1820, Manzoni si dedica alla composizione della prima opera tragica, Il conte di Carmagnola (1425-1432). A personaggi storici sono affiancati personaggi d'invenzione (Marco, senatore veneziano, Marino e altri). È un'opera giudicata, dal punto di vista estetico, poco felice, o per lo meno frammentaria. In un'età che ha il culto del prestigio e della forza, il Conte lega la propria affermazione alla violenza, a lotte fratricide. La morte lo libera da questo dissidio. Di fronte a «fatti atroci dell'uomo contro l'uomo», si espone lo sconforto dello spettatore impotente: non cooperare al male sembra il massimo della virtù. Ma in positivo resta nella memoria quel giudizio antropologico che, se riconosciuto ed accolto, è fondamento di una civiltà della verit&agrbbiano tanta forza da intaccare la tradizione letteraria italiana, prevalentemente accademica, retorica, cortigiana, lontana dalla quotidianità, Manzoni sente la necessità di trovare nuove forme espressive e arriva a concepire il romanzo. Nodo fondamentale della sua riflessione resta il mysterium iniquitatis presente nella storia, in cui «la mente si perde, se non lo considera come uno stato di preparazione e di prova a un'altra esistenza».

Nella sua visione pessimistica, ma del pessimismo cristiano che non sottovaluta cioè la capacità di male dell'uomo, Manzoni vuole additare la via per cui l'uomo, in qualsiasi situazione, può, con la guida della religione, vivere e agire secondo giustizia.

Ma c'è un approfondimento nella visione dell'esistenza: nel Carmagnola, la vittima innocente si apre ai valori cristiani nel momento supremo, solo quando non ha più modo di viverli né di farli vivere quaggiù; nell'Adelchi, l'uomo, che persegue quei valori, ottiene la ricompensa, ma oltre la vita; il pessimismo genera inazione («loco a gentil opra non v'è... non resta che far torto o patirlo»): nei Promessi Sposi la ricompensa (= la felicità) dei giusti c'è, sia pure imperfetta, anche in questa vita. E si apre uno spazio per l'azione degli uomini di Dio (vedi fra Cristoforo, il Cardinale). All'inazione che caratterizza le tragedie si contrappone la possibilità di azione.

Mutamento di prospettiva: si amplia l'area sociologica dell'opera

Se nel Carmagnola il conflitto è tra l'uomo e la politica, le istituzioni che lo soffocano; se nell'Adelchi si vuole indagare sulle vie che hanno spinto ad agire quegli uomini di cui la storia parla; nei Promessi Sposi si vuole rappresentare la storia delle «genti meccaniche e di piccol affare» che la Historia ufficiale ignora e trascura (nell'Introduzione, dell'Anonimo si critica lo stile, ma non la sca città, ove regnano valori capovolti anche rispetto alla ragionevolezza. È una Milano che, a Renzo fuggitivo, appare mondo rovesciato, una città babelica, in cui la comunicazione è impossibile, come a Babele, dominio del diavolo (dia-ballo), la confusione delle lingue impediva la comprensione reciproca (le sue parole vengono equivocate).

Ma ancora più significativa è l'esperienza di Renzo al suo secondo ingresso a Milano, quando infuria la peste. Attraversare questo regno della morte vuol dire per Renzo riconquistare la vita, cioè la salvezza, una salvezza, innanzi tutto, in ordine alla vita spirituale (il perdono), ma anche in ordine alla felicità terrena (il ritrovamento di Lucia).

Come Dante, fatta l'esperienza del male (oggettivato qui nella condizione della città e dei suoi abitanti), Renzo ha compiuto la purificazione necessaria.


A questi concetti si ricollega anche la discussa chiusa del romanzo.

Il problema del «Perché vanno via?» i due promessi, una volta superati gli ostacoli che si frapponevano al matrimonio, è stato sollevato da C. Angelini, in un articolo del 1969. L'Angelini non trova nessun motivo che giustifichi il trasferimento nel bergamasco. Altri sono intervenuti sulla questione; è stato osservato che questo non è che un ulteriore elemento volto ad attenuare il lieto fine, al mondo non c'è felicità perpetua (accanto ad altri il riaprirsi del divario fra le classi sociali e quindi le mense separate che concludono le nozze, le difficoltà di inserimento nel nuovo paese ecc.). Ma fra i vari contributi il più significativo è senz'altro quello di G. Barberi-Squarotti. Secondo il Barberi-Squarotti, l'abbandono del paese natio mostra anche esteriormente il mutamento avvenuto nei protagonisti, la cui vita non può continuare che «altrove». Lucia e soprattutto Renzo, cocato da apprendere, nessun fine da raggiungere.

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